Jampy Blog

A quattro mani

Pubblicato su Incipit by jampy su Maggio 19th, 2006

Scrivere scrivere scrivere

                                               Dove l’ho messo?

Era qui… no. Carte. Mani in primo piano. Stringono quelle frattaglie di componimenti - opere? - come se cercassero un contatto umano, come a convincerle di qualcosa di indefinito. Si vedono chiaramente le vene sotto pochi millimetri di pelle. Carte carte carte. Volano formando cerchi. Fogli rettangolari che formano figure geometriche completamente differenti. Caos. Il tappeto è disseminato di libri e poi carta e poi pile di documenti inutili, dov’è? DOV’E’? CRISTO, DOV’E’? La luce che entra dalla finestra illumina il fumo della stanza. Sono seduto per terra, completamente sudato.

                                                                                  Scrivere

                                                                                              Caldo

                                                                       Non so dove sia, ricordo di averlo messo lì

Non c’è .

Sul tavolo, una vecchia Remington. Nera - si potrebbe dire - come il liquido di una seppia; liquida, come ricordi di un ubriaco. I passi sul pavimento rimbombano nella testa - tonfi arcaici - e le gambe tremano. Allora. Ci siamo. La macchina da scrivere è a pochi passi, poi sempre di meno. Ora si, si può sentire - come fosse un odore - una serenità, no, pacatezza allo stato puro. Eccoci qui. Il tavolo è impolverato, ci si passa un dito e diventi automaticamente colpevole. Pronto per depositare l’impronta digitale. Immagino di passarci l’indice. Lasciamo perdere. Toccherò solo la vecchia e cara signora a lutto. Sedia. Scricchiolio di legno. Torna a invadere le scatola cranica. Troppo rumore. Troppi rumori diversi da quello che voglio. Eccoci qui. Anche la macchina è piena di polvere. Nel rullo nulla. Nulla. Sul lato destro della macchina un foglio ingiallito dalla miseria del tempo. Sotto, il resto della risma. E’ immacolato. Puro come se fossero passati 5 minuti dall’uscita della cartiera. Caldo. Illuminato dal sole pomeridiano. Prendo - lentezza cinematografica - una sigaretta e l’accendo - zippo consumato, scheggiato, puzzolente - primo piano sulla fiamma che accende la sigaretta. Raccolgo il foglio - l’unico - consumato da anni di staticità e lo inserisco nel rullo. Trik Trik Trik. Allineamento. Margine. E si comincia. Penso che rimarrò qui a lungo.

Ps: chiedo scusa a Syd: purtroppo non ho più la versione aggiornata di questo incipit. Aggiorneremo se troviamo il file 

Biograficismi Postadolescenziali

Pubblicato su Incipit by jampy su Maggio 19th, 2006

Era martedì. Autunno. Attraversavo il viale alberato, in una di quelle giornate che si possono definire scure. Ernesto mi attendeva nella sua camera tappezzata di poster e foto della sua vita passata. Mi chiedevo cosa stesse facendo, me lo immaginavo disteso sul letto mentre fumava e osservava con odio e disprezzo le  foto che lui stesso aveva scattato, in silenzio si alzava, e sulle note di qualche pezzo degli Iron Maiden iniziava a sferrare pugni al suo sacco d’allenamento. Mi aveva invitato per, diceva, mostrarmi una cosa. In realtà, ogni volta che pronunciava questa frase, sapevo che si riferiva al fatto che era solo in casa e che prima o poi si sarebbe recato da Lello, il suo enologo di fiducia, e avrebbe speso la sua sommetta per una vecchia e cara bottiglia di whisky, rigorosamente irlandese. Da quando aveva traslocato non facevamo altro che riunirci a casa sua per discutere e scolarci l’impossibile. Di solito la nostra riunione aveva luogo il giovedì, giornata consacrata alla “tristezza uggiosa delle nostre storie e dei nostri rapporti con l’altro sesso”.  E come ogni giovedì, quando ritornavo a casa da Daniela ero completamente sbronzo.

“Sei pronto per il G-Day?” Lo chiamavamo così per due motivi: primo, era giovedì; secondo, era un riferimento non troppo velato al fantomatico punto. Ernesto era venuto ad aprirmi la porta con in mano un bicchiere di plastica ricolmo di… sambuca, probabilmente.

“Non riesco a capire perché devi cambiare sempre” gli risposi.

“Spesso è necessario, per non cadere nella monotonia e nella noia” aveva sempre quel tono solenne nella voce che, essendo roca, risuonava ancor più come se fossero parole inconfutabili, come se venissero da un altoparlante lontano, come se non avessi la possibilità di controbattere, come con gli speaker radiofonici che mandano e non ricevono.

“Speravo in un po’ di birra” non ero abituato ai super alcolici, e soprattutto odiavo le cose dolci. Ernesto diceva che questa mia propensione all’amaro era da rapportarsi anche al mio modo di vedere le cose, e con ogni probabilità, questa stessa regola la si poteva applicare a qualunque persona al mondo. “E in ogni caso oggi non è il G-Day, è martedì, quindi veniamo al punto, non ho molto tempo…”

“Lo so benissimo che è martedì, ma mio caro tesoruccio, ci sono ben quindici Peroni che ti aspettano nel mio frigo, quindi accomodati, che dobbiamo festeggiare” aveva sempre questo vizio di scrutare la mia disponibilità prima di farmi entrare in casa.

“Festeggiare?” mentre imboccavo il corridoio ed Ernesto mi sfilava il giubbotto con accondiscendenza, dalla stanza in fondo, filtrate dalla porta chiusa, venivano note di jazz (jazz?), frammiste ad un vociare sommesso di qualcun altro, forse di Anja e Gabriella, le due coinquiline di Ernesto. Erano arrivate da Campobasso con qualche sacco a pelo per passare l’estate a Napoli ed Ernesto, con la disponibilità che lo contraddistingue, dopo averle conosciute una sera a piazza S. Domenico, fumate perse, le aveva condotte nel suo appartamento. “Se non avete dove dormire stasera…”. A conclusione di tutto ciò, quella stessa estate le due ospiti avevano trovato lavoro in un supermarket del Vomero, e avevano chiesto a Ernesto se poteva affittargli lo stanzino, fino a poco tempo prima adibito a camera oscura. Ernesto non disse né si né no, ma la sua bontà spesso si cela sotto una specie di neutralità strafottente, ed evidentemente le molisane se ne erano già accorte. Fatto sta che Anja e Gabriella erano di fatto napoletane da ormai due anni e mezzo quasi. D’altra parte ad Ernesto faceva comodo un surplus al suo stipendio, visto che spesso e volentieri gli durava non più di due settimane, nonostante fosse un rappresentante abbastanza capace.

Il fatto che fosse martedì e non giovedì, la sambuca e non il whisky, il cosiddetto “festeggiamento” e la presenza delle due filocomuniste pseudopunkabbestia mi aveva messo addosso una strana ansia… un’angoscia simile a quelle che ti vengono, così, spontanee, subito prima dei tre secondi antecedenti il momento in cui il docente universitario bastardo decide di farti passare i peggiori quindici minuti della giornata. Ero come stranito, come se tutte le colonne portanti della casa di Ernesto stessero crollando sotto l’effetto di un’improvvisa eruzione vesuviana. Cosa stava succedendo? Dolce al posto di amaro, presenze inquietanti e premonizioni di strani collage sociali… La risposta era una sola:

“Ernesto caro. O hai perso i lumi della ragione

(pausa)

o sei innamorato”

(pausa più lunga)

La paura che stesse per dirmi quello che temevo aumentava di attimo in attimo, non riuscivo, al mio stesso cospetto, prefigurarmi Ernesto con qualcuno che non fosse Lela, la bella tenebrosa “occhi di gatto”, ladra sì (come le eroine giapponesi anime degli anni ’80), ma del cuore… tant’è che erano più di quattro anni che ne era follemente innamorato. Fatto sta che da qualche mese ad allora avevo notato comportamenti strani nei piccoli gesti giornalieri: un polso più deciso sul cambio della sua Croma CHT, una battuta più arguta e inconcepibile delle altre… molti messaggi sul cellulare… e soprattutto molte risposte… e Lela si era rifatta viva con lui, come fanno tutte le donne (che non te la daranno mai anche se te la fanno annusare) quando telepatizzano l’interesse di un proprio fan nei confronti di qualcun’altra.

 

Passate ormai tre ore a bere e sparare cazzate a iosa, decisi, su Sister Blue dei Mind Funk, che era giunto il momento di togliere le tende. Il mio corpo però, si rifiutava di rispondere a quei blandi e lontani impulsi che il cervello gli cercava di mandare, attraverso litri e litri di birra. Stato catatonico. Felicità momentanea. Stand-by. I dati non verranno persi durante la permanenza in stand-by. Non verranno persi? Mah. Mi accorsi che Ernesto mi stava parlando. Vedevo le sue labbra muoversi e non sentivo altro che la musica di sottofondo. Ad un certo punto fui convinto che fosse lui a cantare… Poi, improvvisamente, la musica cessò. “Voglio fondermi con l’universo. Lo senti? L’universo che si espande. Lo senti? Io si”. Lo disse con convinzione. Si, è innamorato, pensai. Ma ormai.

Passammo il resto della notte a bere, ascoltare musica, fare commenti da grandi critici su tutto quello che ascoltavamo, ma delle sensazioni non parlavamo più. Era come se si fossero materializzate, e dietro di noi si divertivano a ballare al ritmo dei riff di chitarra e degli assolo di basso di Stuart Hamm. Eh, già… ormai eravamo passati alla musica pura… Joe Satriani, ricamando note sulla sua chitarra, al ritmo di “Cryin’”, ci ha fatto sprofondare in uno stato semicatatonico. Tant’è che quando Anja e Gabriella si sono unite a noi, non ce n’eravamo neanche accorti. Anja mi portò nella stanza in fondo al corridoio (mi trascinò, piuttosto), e io ormai non ero in grado di capire molto… riuscì a vedere solo il corridoio che si accorciava sotto i miei e i suoi passi, sentì allontanarsi il suono dello stereo, e infine, gettatomi sulla branda, prendendo peraltro una grossa testata sul muro retrostante, vidi il poster di Bob Marley che fluttuava tra mille altri, pieno di colori che sembravano muoversi come pittura ancora fresca, mossa da chissà quale forza misteriosa. Fu lì che mi resi conto che Anja inginocchiatasi ai piedi del letto, tentava disperatamente di sbottonarmi la cinta dei jeans, ormai incastrata sotto la pressione inesorabile della pancia piena d’alcool… le diedi una spinta appoggiandole una mano su tutto un lato del volto, e mi ricordo la sensazione che mi fece il suo orecchio destro al contatto con il palmo: sembrava una conchiglia tropicale, una di quelle stranezze che la natura si sbizzarrisce a creare… Fece un tonfo così forte che quando mi girai verso la porta vidi gli occhi sbigottiti di Ernesto e Gabriella come pieni di terrore, e come se fossi colpevole del loro improvviso rinsavimento: li avevo riportati alla realtà senza passare dal “VIA”. Anja non reagì, anche lei e Gabriella avevano bevuto, ma vino rosso. Per un interminabile attimo mi passò davanti un mio probabile futuro: condannato per aver azzeccato una ragazza sul pavimento. Vedevo il pubblico ministero scagliarsi contro di me con veemenza… vedevo le sbarre della cella chiudersi davanti a me, e dietro un’improbabile guardia carceraria che mi osservava con sguardo tronfio, sorriso stampato sul volto come a dire: “Te lo sei meritato!”. Dalla posizione in cui ero non riuscivo a vedere Anja. Mi sporsi sul lato del letto. Anja rideva. Si stava sganasciando dalle risate. Le porsi una mano, si tirò su, seduta per terra come una sirena su uno scoglio. Aveva i capelli dritti sulla testa, gli occhi neri, pieni di lacrime, ma sembravano essere lacrime di risa. Continuava a ridere, e Gabriella ed Ernesto erano ancora sulla soglia della porta, come pietrificati.

 

Anja se la cavò con un livido sullo zigomo sinistro. Ci riunimmo tutti e quattro nella cucina, lei seduta su di una sedia al centro della stanza con un sacchetto pieno di ghiaccio premuto su una guancia, Gabriella che andava avanti e indietro preoccupata e Ernesto appoggiato al lavabo che fumava una sigaretta. C’era silenzio ora. Si sentiva soltanto il rumore dei cubetti di ghiaccio che strofinavano uno con l’altro all’interno del sacchetto. Io ero sulla soglia della cucina, con un senso di colpa che (probabilmente) traspariva attraverso le espressioni del mio volto. Anja ogni tanto si girava a guardarmi, ma non aveva uno sguardo d’accusa. Sembrava più che stesse cercando di difendermi da eventuali colpi di testa dei nostri compagni di stanza. Sembrava uno sguardo protettivo nei miei confronti, mi dava l’idea di un grande abbraccio materno. Come a dire: “Non preoccuparti, ma la prossima volta stai più attento”. Guardavo Anja, e mi accorgevo solo ora che era proprio bella. Di una bellezza lontana, arcaica. Aveva la pelle scura, olivastra, il naso piccolo e le labbra carnose, gli occhi di un nero abissale. Aveva i capelli cortissimi, al contrario della sua compagna di stanza che ostentava i suoi dred ad ogni occasione. Portava sempre vestiti larghissimi, e quel giorno aveva addosso un jeans a vita bassa con cavallo rasoterra, un maglione girocollo color ocra a maglie larghe, con maniche che erano almeno il doppio in lunghezza delle sue braccia, e intorno al collo uno di quei foulard, tanto di moda negli anni ’70, rosa pallido. Era tardissimo. Osservavo Anja, che ogni tanto si girava a sorridermi, e mi veniva un’ansia impellente, dovevo tornare a casa a tutti i costi. Non avevo intenzione di impelagarmi in nessun caso quella sera. Almeno quella sera. Dalla mia posizione rilassata sullo stipite, mi misi ritto e dissi beh, devo andare. Vidi Anja alzarsi di scatto, ma mi girai subito verso il corridoio, e mi avviai all’attaccapanni. Mentre prendevo il giubbotto,[???]

Sassi sull’acqua

Pubblicato su Incipit by jampy su Maggio 19th, 2006

Contrada MellaCosì come il mio sguardo ha sete di orizzonte, nelle sere invernali in cui è ingabbiato da sbarre di cemento, ha anche fame di ciò che ha soltanto potuto immaginare… sarebbe stata la realizzazione di un sogno, anche se potrebbe essere considerato "di bassa lega" da chi è abituato a discorsi dolci e parole di seta… a confronto c'é chi potrebbe dire che è come un sasso piombato da chissà quali altezze… per me sarebbe stato uno di quelli che si lanciano sull'acqua di un fiume o nel mare, per poterlo vedere saltellare come una ballerina sulle onde…

Sassi sull’acqua

Pubblicato su Incipit by jampy su Maggio 19th, 2006

Contrada MellaCosì come il mio sguardo ha sete di orizzonte, nelle sere invernali in cui è ingabbiato da sbarre di cemento, ha anche fame di ciò che ha soltanto potuto immaginare… sarebbe stata la realizzazione di un sogno, anche se potrebbe essere considerato "di bassa lega" da chi è abituato a discorsi dolci e parole di seta… a confronto c'é chi potrebbe dire che è come un sasso piombato da chissà quali altezze… per me sarebbe stato uno di quelli che si lanciano sull'acqua di un fiume o nel mare, per poterlo vedere saltellare come una ballerina sulle onde…

Opere incompiute

Pubblicato su Incipit by jampy su Maggio 19th, 2006

Spesso mi è capitato di sentire il bisogno di trasformare in parole ciò che provavo. Ogni volta che mi capita, è come un'onda che mi investe e non posso fare a meno di scrivere. Poi tutto svanisce, e perdo la bussola. Ma non credo che certe cose, solo perché scritte a metà o mai finite, non debbano avere uno spazio - nel tempo, nel mondo - tutto loro. In questa sezione posterò gli incipit di storie mai finite, appena abbozzate. Perché anche loro esistono anche se non hanno una fine.