Hyper-Reign
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THE SBREFELDS – DA NON LUOGO AD IPER-REGNO
Potrebbe a molti apparire come una cosa da poco, ma la scelta di un vocabolo per definire qualcosa che non ha corpo non è certo facile. Ecco perché sulle prime, messo davanti allo schermo – con l’eccitazione e l’avventatezza di un bimbo davanti al suo giochino nuovo – per The Sbrefelds avevo scelto quella di non-luogo. Pensavo si adattasse perfettamente alla natura di uno spazio web. E, in un certo senso non mi sbagliavo, dato che, per definizione, uno spazio web non ha una forma o caratteristiche fisiche proprie, se non nel server sul quale è ubicato (ma anche in questo caso è il server ad avere presenza fisica, non lo spazio web).
Tuttavia, mi è venuto incontro il sommo docente del Regno, Famos, che in una splendida lezione telefonica, mi ha spiegato che questo termine ha, per la comunità scientifica, un’accezione negativa. Il non-luogo è, per sommi capi, un posto che tende ad omologare il luogo stesso, ed a sua volta ha al suo interno la caratteristica dell’omologazione, anche dal punto di vista dei rapporti interpersonali. I luoghi tradizionali sono all’esterno del non-luogo e non hanno nessun elemento comune col non-luogo. Paradossalmente, per poter spiegare meglio ciò che il non-luogo è, bisogna contestualizzarlo.
L’esempio portatomi all’oreccho dal dottor Famos è quello dei Mac Donalds. Sono luoghi in tutto e per tutto uguali l’uno all’altro, in ogni parte del nostro Pianeta, e sono profondamente diversi dai luoghi nei quali sorgono. Ecco che dunque, se entriamo in un Mac Donald, sia esso a Bruxelles, a Buenos Aires, a Nuova Dehli, a New York, entreremo sempre nello stesso posto, e ci comporteremo come quando entriamo nel Mac Donald della nostra città.
Il concetto di non-luogo è stato concepito dall’antropologo francese Marc Augé.
Nell’analisi antropologica del “vicino”, Augé sottolinea la necessità di investigare i luoghi solo apparentemente comuni dello spazio quotidiano. Dopo aver attraversato la città in metropolitana, Augé delinea una mappatura degli spazi dell’era sur-moderna che contraddistingue le attuali società occidentali. La sur-modernità, afferma Augé, è caratterizzata dalla coesistenza di due tipi di luoghi. Accanto a quelli tradizionali, si fanno strada i cosiddetti “non-luoghi”, spazi della transizione e della transazione, privi di storia e tradizione, marcati dalla moltitudine anonima e generica. Augé cita gli aeroporti, i centri commerciali, le infrastrutture per il trasporto veloce (autostradale, stazioni, aereoporti), i mezzi stessi di trasporto (automobili, treni, aerei), i parchi a tema, gli hotel (specialmente i motel) e allude, en passant, anche agli spazi virtuali. I non-luoghi, dice Augé, sono “spazi di circolazione, comunicazione e consumo, in cui la solitudine coesiste senza la possibilità di creare legami sociali o persino costruire delle emozioni sociali”. Sono “spazi dell’anonimato che diventano ogni giorno più numerosi, frequentati da individui simili tra loro, ma soli.” Detto altrimenti, pur incontrando altre soggettività, gli utilizzatori (utenti?) dei non-luoghi sono incapaci di costruire relazioni solide. Il soggetto si riduce a interagire con gli spazi e con gli ambienti che incontra “attraverso la mediazione delle parole o del testo”. Il non-luogo è il contrario di una dimora, di una residenza, di un luogo nel senso più comune del termine. Schermi, segnali e cartelli svolgono la funzione di mediare e facilitare le relazioni del soggetto con l’ambiente circostante – con i suoi tempi, spazi e personaggi – creando un senso di provvisoria e precaria identità. Queste interfacce “producono l’uomo medio’, l’utilizzatore dei non-luoghi”. All’anonimato del non-luogo, si accede, paradossalmente, solo fornendo una prova della propria identità: passaporto, carta di identità… I non-luoghi sono gli spazi dell’anonimato e dell’anomia, dell’alienazione e della solitudine.
Una volta capito che The Sbrefelds non è un non-luogo, il dottor Famos mi ha suggerito di utilizzare il termine iperluogo, che rappresenta la proiezione di un luogo tradizionale in una dimensione non reale. Tuttavia, vi è da dire che The Sbrefelds, rappresenta – così come concepito da Manlio Opobor – luogo fantastico, dove ogni cosa è possibile, e dove ogni essere vivente si senta comunque come a casa propria, ma anche dove la tradizione e le radici proprie di ognuno possano fondersi per creare un mondo “altro” migliore, vivibile con tranquillità, serenità e allegria. Ma The Sbrefelds Of Agaiels – volendo utilizzare il nome per esteso – è anche il regno di Alef Moriengard, iper-sovrano di una terra dove non esitono nè omologazioni nè Mac Donalds (ci mancherebbe!).
Forse ci siamo. Volendo dare a The Sbrefelds una connotazione internazionale, e poterlo rendere fruibile a tutti, cosicché tutti possano dare il proprio contributo per renderlo iper-tradizionale, lo chiamerò Hyper-reign. Spero che questa volta la scelta possa piacere, e ringrazio il dottor Famos per il suo inestimabile contributo. Provvedo ad editare anche la presentazione.
Per chi voglia saperne di più su luoghi, non-luoghi, iper-luoghi, può leggere questo articolo.
















